"Tutto cambia al di là di queste mura.
Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla"

venerdì 18 agosto 2017

La mobilità INsostenibile

Marco Bucci, neo sindaco di Genova, ha avuto molta fretta di rispettare le promesse fatte in campagna elettorale. Nel consiglio comunale di fine luglio è stata approvata la riduzione delle tariffe dei parcheggi a pagamento da 2,50 a 1,30 euro l'ora. La fretta si sa è cattiva consigliera e una mancata promessa avrebbe fatto in questo caso meno danni della volontà di rispettare quanto detto in campagna elettorale.
Non occorre infatti essere degli esperti di traffico urbano per comprendere che tale decisione determinerà un aumento del numero di cittadini che raggiungeranno il centro in automobile, obiettivo tra l'altro dichiarato dal vicesindaco e assessore comunale alla Mobilità Stefano Balleari per il quale "l'operazione può reggere (da un punto di vista economico) grazie all'aumento della domanda". La nuova giunta sembra invece non preoccuparsi delle inevitabili conseguenze: aumento dell'inquinamento atmosferico e acustico, centro città più congestionato, dilatazione dei tempi per gli spostamenti urbani su mezzo privato.

Una decisione, quella di Bucci, controcorrente e anacronistica. Nella maggioranza delle città (europee, ma anche italiane) le amministrazioni si muovono esattamente nella direzione opposta, indipendentemente dallo schieramento politico che sostiene i vari sindaci. Avere a cuore la salute dei cittadini non è infatti né di destra né di sinistra, rappresenta “solo” un dovere per chi amministra una città. L'Ecopass a Milano, la tassa per chi arriva in centro in auto, è stato introdotto da Letizia Moratti e Pisapia, suo successore, si è guardato bene dall'abolirlo, limitandosi a cambiarne il nome e solo in parte la sostanza. Forse Bucci non è mai stato in città come Zurigo, altrimenti si sarebbe accorto della durata irrisoria (qualche secondo) del verde dei semafori per gli automobilisti, misura pensata apposta per scoraggiare l'uso del mezzo privato nel centro città. E neppure in città come Stoccarda, dove Königstrasse, la via principale del centro cittadino, l'equivalente della genovese via XX Settembre, è tutta pedonale.

Ammesso ma non concesso che il sindaco Bucci non sia interessato alla salute dei genovesi, la decisione appare però incomprensibile anche da un punto di vista economico.
Nell'immediato ci sarà un minor ingresso per la casse comunali e il fatto di coprire il buco con l'aumento della domanda è al momento una mera speranza, e un'amministrazione seria non dovrebbe far quadrare i bilanci affidandosi a ciò che potrebbe essere, ma che potrebbe anche non accadere (e, per la salute dei genovesi, c'è da sperare che non accada).

Con una visione più ampia e proiettata verso il futuro, ci si rende facilmente conto che anche per i cittadini i costi saranno maggiori rispetto al beneficio di qualche euro risparmiato. Secondo l’Ocse, in Italia dal 2005 in poi i morti per malattie correlate a vari tipi di inquinamento sono più di 30.000 l’anno, con un costo annuo di oltre 100 miliardi. Di questi più del 90% incidono sul sistema sanitario pubblico per la cura delle malattie respiratorie, delle forme tumorali e per la compensazione dei giorni lavorativi persi. Oltre il 4% della spesa serve invece a recuperare l’ambiente o gli edifici danneggiati dall’inquinamento. Oggi le persone vivono più a lungo rispetto al passato, ma, a partire dal 2004, si ammalano prima. Per intenderci, una bambina italiana nata nel 2004 presentava 71 anni di aspettativa di vita sana, nel 2008 il dato era crollato a 61 (dati Eurostat). La situazione è drammatica: ogni anno guadagniamo 3 mesi di vita, ma ne perdiamo 30 in termini di salute.

Chi, secondo il vicesindaco Balleari, dovrebbe trarre beneficio dalle nuove tariffe sono i commercianti. Il condizionale è d'obbligo, visto che tale convinzione è tutta da dimostrare. In Germania per esempio i commercianti si sono sempre espressi a favore della pedonalizzazione dei centri urbani. Non solo: una ricerca della dottoressa Kelly Clifton, dell'università di Portland, città di 500.000 abitanti nello stato dell'Oregon, ha dimostrato che chi va in bici spende alla settimana mediamente di più rispetto a chi si muove in auto. Senza contare che in un centro decongestionato dal traffico e meno inquinato la gente va certamente più volentieri. A Genova ben pochi sarebbero favorevoli alla depedonalizzazione di via San Lorenzo o via San Vincenzo, compresi i commercianti!

Un sindaco moderno, con a cuore la salute dei cittadini, dovrebbe operare tutt'altre scelte.

Dovrebbe rilanciare il trasporto pubblico, proseguendo il rinnovo dei mezzi avviato dalla precedente amministrazione e aumentando la frequenza di alcune linee. A questo proposito, il vicesindaco ha affermato che “il rilancio del trasporto pubblico sarà la priorità del nostro Piano della mobilità per tutta la città”. Difficile credergli, visto che la prima mossa dell'amministrazione è stata quella di spingere i cittadini ad un maggior uso del mezzo privato.
Sul come fare, non occorre inventarsi nulla, basta farsi un giro per l'Europa e copiare quanto di buono è stato fatto in quest'ambito.
Si potrebbe incentivare l'uso dell'autobus introducendo agevolazioni famigliari. A Stoccarda il fine settimana i figli dei genitori che hanno l'abbonamento dell'autobus viaggiano gratis. A Genova a una famiglia di 4 persone andare a prendere un gelato in corso Italia costa 12 euro di soli biglietti. Sempre a Stoccarda, autobus e metropolitana sono puliti, puntuali, frequenti e la rete capillare. E le pubblicità che evidenziano i vantaggi del mezzo pubblico rispetto al privato sono ovunque.
Tra tutte le città in cui ho vissuto (Losanna, Stoccarda, Valencia; Genova), Genova è la prima città in cui non è possibile prendere l'autobus con il passeggino. In Svezia, per risolvere il problema delle persone che salivano con il passeggino dalla porta centrale, non potendo quindi mostrare il biglietto all'autista (all'estero i conducenti fungono anche da controllori), hanno deciso di istituire la corsa gratuita per che chi prende l'autobus con un passeggino.

Oltre al trasporto pubblico, un sindaco moderno dovrebbe per esempio favorire tipi di mobilità alternativi al mezzo privato a motore e più sostenibili da un punto di vista ambientale.
Per esempio l'uso della bicicletta, tramite la realizzazione di piste ciclabili e un servizio funzionante di bike sharing. Una scelta che avrebbe anche un ritorno positivo in termini economici. Uno studio realizzato da Polinomia srl, società milanese di ingegneria dei trasporti, ha dimostrato che portare la quota degli spostamenti in bicicletta al 20% permetterebbe alla città di Bologna di generare un ritorno economico di 32 milioni di euro l’anno. La prima conseguenza diretta sarebbe quella di ridurre il numero delle auto circolanti a Bologna (7.300 in meno) con un impatto positivo sulle tasche di chi decide di rottamarla (il costo per il possesso e mantenimento di un’auto oscilla tra i 2.400 e i 2.800 euro l’anno) ma anche per l’ambiente e la salute. Il costo economico delle esternalità ambientali (inquinamento atmosferico, rumore…) è stimato in circa 660.000 euro l’anno. Andare in bicicletta regolarmente, infine, migliora la salute, con una conseguente riduzione delle spese sanitarie per un valore di circa 3,75 milioni di euro l’anno. Senza contare che le due ruote rappresentano il mezzo di trasporto più veloce ed efficiente per i percorsi fino ai cinque chilometri (Genova, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, ha gran parte del territorio in piano).

Se Bucci non riesce a pensare possibile un aumento delle biciclette in giro per Genova, potrebbe almeno attivarsi per migliorare il pessimo servizio di car sharing presente in città. Solo un servizio che preveda la possibilità di prendere un mezzo da una parte e lasciarlo da un'altra può risultare una valida alternativa, economica, per chi assolutamente non riesce a emanciparsi dall'uso dell'automobile. Anche in questo senso basterebbe copiare quanto di positivo c'è in giro, ad esempio a Milano.

C'è solo da augurarsi di una cosa: che per sopperire ai mancati ingressi nelle casse comunali dovuti all'abbassamento delle tariffe dei parcheggi a pagamento, la nuova giunta genovese non decidesse in futuro di aumentare il costo del biglietto dell'autobus. In quel caso, per la salute e per le tasche dei genovesi, il disastro sarebbe totale.

martedì 27 giugno 2017

La necessità di un nuovo linguaggio per mettere fine alla violenza sulle donne

L'altro giorno sull'autobus mi è caduto l'occhio sullo schermo del cellulare di una ragazzina seduta davanti a me. Avrà avuto quindici o sedici anni. Chattava in modo frenetico con un'amica. Il messaggio che ho letto diceva: "no, sei fuori, se ci stavo sarei una troia". Al di là del mancato uso del congiuntivo, mi è sembrato molto triste che una ragazza usasse per se stessa un linguaggio così maschilista e sessista, che le sembrasse naturale definirsi "troia". Un ragazzo, al suo posto, si sarebbe definito un "figo", con un'accezione positiva, laddove "troia" nella testa della ragazza (e non solo, anche nel sentire comune), ne aveva senza dubbio una negativa.
La rivoluzione culturale per mettere fine alla piaga della violenza sulle donne dovrebbe riguardare anche il linguaggio, o forse partire proprio da quello. Espressioni del tipo "quella donna non può fare il sindaco perché non ha le palle" non dovrebbero più sentirsi.
Una rivoluzione culturale che dovrebbe riguardare soprattutto i più piccoli, perché ancora immuni dal virus della violenza. Purtroppo a volte è già troppo tardi. Mio figlio l'altro giorno si è lamentato perché all'asilo alcuni suoi compagni maschi gli avevano detto che se voleva giocare con le femmine allora voleva dire che era una femmina anche lui. Questi bambini non sono nati idioti, lo sono diventati ascoltando gli adulti. Adulti che magari hanno anche detto ai loro figli che i maschi non possono giocare con le bambole, che i maschi non devono piangere, che ai maschi non può piacere il colore rosa. I genitori non si rendono conto (o forse sì, e gli va bene così) che stanno inculcando nei loro figli una cultura fortemente maschilista, una cultura violenta e zeppa di stereotipi stupidi e dannosi.
E il risultato è purtroppo sotto gli occhi di tutti: una società in cui la donna è soggetto debole e a rischio, che non gode degli stessi diritti dell'uomo (basti pensare al mondo del lavoro) e da quest'ultimo è spesso minacciata e sottoposta a violenza, fisica e verbale. Quest'ultima spesso sottovalutata, ma che può avere delle conseguenze altrettanto gravi e durature.
In un bel film nelle sale in questi giorni, "Una doppia verità", una donna è costretta a convivere con un marito violento. A un certo punto del film, quelle che sembravano essere violenze fisiche vengono messe in dubbio e allo spettatore viene fatto credere che potesse trattarsi "solamente" di violenze verbali. Non è chiaro se ciò debba, nelle intenzioni del regista, far nascere una sorta di giustificazione nei confronti del marito, farlo sembrare agli occhi dello spettatore un essere meno spregevole di quanto si fosse immaginato. Il rischio, chissà se calcolato o meno, è quello di sminuire la violenza verbale, che in molti casi rappresenta invece il primo passo di un percorso dalle conseguenze spesso nefaste.
Il riconoscimento precoce di qualsiasi forma di violenza, anche quella verbale, è infatti elemento necessario per provare a scardinare un fenomeno che in Italia ha assunto proporzioni inaccettabili per un paese che vorremmo definire civile. Ogni quattro donne uccise, tre sono ammazzate in ambito famigliare, dal proprio compagno o da un ex. Una percentuale tra le più alte in Europa, e di molto superiore ad altri paesi quali la Germania, la Francia, e persino la "machista" Spagna (dati ONU).
Un paese, l'Italia, in cui per molti uomini è normale litigare con la propria compagna con un coltello in mano, in cui troppi uomini non sono in grado di accettare un rifiuto, in cui molti uomini si sentono sminuiti se la propria compagna guadagna più di loro, in cui troppi uomini considerano normale umiliare la propria compagna, denigrarla, farla sentire inferiore e inetta.
Per far fronte a una situazione dai contorni drammatici, un cambiamento del linguaggio da solo certamente non basta. Eppure sono convinto che quando una ragazza di sedici anni si sentirà libera di fare sesso con un ragazzo che le piace appena conosciuto (prendendo, si spera, le precauzioni del caso), senza per questo definirsi "troia", potremo dire di aver fatto degli enormi passi avanti verso una società migliore. 

lunedì 8 maggio 2017

Ho ricevuto un invito che mi ha fatto molto piacere. Il 25 maggio sarò a Scanzorosciate (BG) come relatore alla Scuola del Cittadino, serie di incontri sulla città inclusiva, sul fatto che "vivere insieme non è solo convivere". Titolo dell'incontro a cui parteciperò: "Conoscenza e reciprocità vincono paure e pregiudizi". Sono queste iniziative della società civile che mi fanno ancora sperare in un mondo migliore.
Condividete se conoscete qualcuno che vive nei dintorni di Bergamo. Grazie!

venerdì 10 marzo 2017

Chi mi amava mi uccide



8 marzo 2017: c'è poco da festeggiare e molto ancora da fare. Qualcuno dice che non è vero che in Italia le donne vengono uccise di più che in altri Paesi. Vero, se ci limitiamo al numero totale di omicidi. In Germania, ad esempio, sono divisi equamente tra uomini e donne (53%, 47%, dati ONU), in Italia sono invece in numero maggiore quelli degli uomini (70% contro 30%). Ma è un altro dato quello che deve far riflettere, quello che descrive in modo inequivocabile la situazione... drammatica per le donne in Italia: gli omicidi in ambito famigliare. In Italia il 73% delle donne viene uccisa da chi, in teoria, dovrebbe amarle di più (o, almeno, ha detto in passato di amarle). Molto più che in Germania (50%), perfino molto di più che nella "machista" Spagna (58%). E se guardiamo agli episodi di violenza, anche qui il pericolo maggiore per le donne arriva da persone conosciute. Abbiamo ancora tanta strada da fare prima di poterci definire un Paese civile.
Adele sospirò.
‹‹Mia figlia è stata violentata da un amico la notte del 30 luglio. Voglio sapere se è possibile presentare una denuncia e come farlo.››
Il sorriso sul volto dell’avvocato svanì all’istante.
‹‹Mi spiace... davvero... non pensavo si trattasse di un fatto così grave. A luglio? E come mai non sei venuta prima?››
‹‹Perché l’ho saputo solo ieri. Non mi aveva detto niente, se l’è tenuto dentro tutto questo tempo. Quando ad agosto sono tornata dalla montagna mi sono accorta che aveva qualcosa, ma mai avrei immaginato una cosa simile. Sai come sono i figli, a volte è così difficile comunicare con loro... sono... sono distrutta.››
Adele si asciugò con le dita una lacrima che le stava scivolando sul viso. Carlo le porse il suo fazzoletto di stoffa.
‹‹Grazie.››
‹‹Hai detto che è stato un amico?››
‹‹Se così si può chiamare... diciamo che lo conosceva. Dopo una festa le ha offerto un passaggio in macchina per riportarla a casa e invece sono finiti al Righi.››
‹‹Non c’è da sorprendersi, oltre l’ottanta per cento degli stupri o tentativi di stupro sono compiuti da un conoscente della vittima.››
Tratto da "Lejla e Hamid"

martedì 20 dicembre 2016

Istruire al precariato

In Svizzera il futuro lavorativo delle persone viene deciso a 11 anni. A un'età in cui si è ancora bambini, infatti, occorre superare un test per poter fare in seguito il liceo, unica scuola che dà l'accesso all'università. Il test, per la cronaca, è molto più difficile rispetto alle competenze acquisite fino a quel momento (piuttosto scarse, se confrontate per esempio con quelle fornite dalla scuola elementare e dalla prima media italiane). Ma non è finita qui. I posti disponibili sono limitati e anche se fai il test molto bene, se c'è un numero sufficiente di bambini che l'hanno fatto meglio di te, puoi scordarti l'università (ogni anno a Zurigo mediamente solo il 20% degli studenti che vorrebbe fare il liceo riesce poi a farlo). E andrai a fare un lavoro meno qualificato, ma comunque utile alla società.
Ingenuamente si potrebbe pensare che il folle sistema svizzero abbia almeno come scopo quello di limitare il numero dei laureati, perché i posti di lavoro qualificati non sono molti. Niente di più sbagliato. In Svizzera ci sono un sacco di medici, ingegneri, architetti e ricercatori stranieri, molti dei quali italiani. In pratica, nel piccolo e ricco paese alpino risparmiano sulla formazione e accolgono a braccia aperte chi è stato formato altrove, con un ragionamento che da un punto di vista economico non fa una grinza: formare un medico costa un sacco di soldi, meglio se formiamo operai, impiegati e cassieri del supermercato, il medico invece lo importiamo dall'estero. Più o meno il contrario di ciò che accade in Italia, dove abbondano i laureati disoccupati e dove la precarietà non è più un periodo transitorio in attesa di un inserimento stabile nel mercato del lavoro, bensì una condizione strutturale. E dove i diritti, ormai mantenuti da pochi, vengono considerati privilegi. Forse questo problemino elementare di costi e benefici bisognerebbe farlo notare al ministro del lavoro, che questo sistema indegno ha contribuito a creare, e che nei giorni scorsi ha candidamente affermato che l'emigrazione dell'esercito dei precari è un bene per il paese, così "non li abbiamo più tra i piedi".

venerdì 30 settembre 2016

Divide et impera

Succede che un giorno devi prendere un treno per andare a fare una visita medica. Succede anche che proprio quel giorno le ferrovie hanno indetto uno sciopero. Dopo alcune imprecazioni, prevale il senso di solidarietà con i lavoratori: se scioperano, avranno le loro buone ragioni per farlo. Non ti scoraggi e guardi sul sito delle ferrovie per avere delle informazioni. Vieni accolto da un messaggio particolarmente irritante: le Frecce circoleranno regolarmente. Ecco, pensi, hanno già deciso a chi deve dare fastidio questo sciopero: alla povera gente che non si può permettere le Frecce e ai pendolari, considerati dai vertici di Trenitalia una clientela di serie B (pur essendo la maggioranza dei viaggiatori, 2 milioni (!) al giorno, mentre nell'intero 2013 sulle Frecce hanno viaggiato "appena" 42 milioni di persone). Del resto la penalizzazione dei pendolari è in corso già da parecchi anni, e ha avuto un'impennata grazie soprattutto al buon Moretti (tuttora in attesa di giudizio per la strage di Viareggio), che dopo aver fatto un pessimo servizio al trasporto pubblico su rotaia (con il risanamento dei conti come unico obiettivo) è stato promosso in Finmeccanica. E il futuro non si prospetta migliore, visto che Renzi ha appena presentato un piano per privatizzare le Frecce, facendole però viaggiare su binari pubblici (in pratica, socializzare le perdite e privatizzare i profitti).
Ma torniamo allo sciopero. Cerchi di scacciare l'irritazione e vai alla ricerca di informazioni: sul sito di Trenitalia c'è un bell'elenco dei treni che saranno cancellati. Ti rallegri per la trasparenza dell'informazione e per il fatto che il treno che devi prendere la mattina successiva non compare nell'elenco. Ti svegli all'alba, vai in stazione e scopri che il tuo treno è stato cancellato. Viaggio rimandato (non c'è modo di arrivare a Voghera in tempo per la coincidenza) e visita medica saltata.
Mentre ti accingi alla trafila burocratica per recuperare almeno i soldi del biglietto, pensi che in fondo è tutto "normale". Perché stupirsi e indignarsi? Le cose funzionano così. Da sempre, chi detiene il Potere fa di tutto per mettere i poveri contro i poveri. Scannatevi tra di voi, che io me ne sto beato a godermi la mia ricchezza, il mio benessere, il mio Potere.
Succede nel mondo del lavoro (pendolari contro scioperanti).
Succede nel mondo della finanza, dove le banche (salvate con i soldi di tutti, anche dei poveri) fanno credito solo a chi non ne ha realmente bisogno, mentre se non possiedi nulla devi sgomitare, più contro che insieme, con gli altri poveri, per sbarcare il lunario. Il Nobel (per la pace, mica per l'economia!) a Yunus per il microcredito è stata una bella cosa, ma nel mondo occidentale non è cambiato nulla e non è stato importato quel modello (almeno nella finanza tradizionale).
Succede nel mondo dell'immigrazione, con l'abietta divisione tra migranti economici (serie B) e migranti politici (serie A).
Poveri contro poveri, il tutto con l'intento di distogliere i cittadini dal punto verso cui dovrebbero indirizzare la propria rabbia, la propria frustrazione, la propria indignazione. Il punto in cui è concentrato il Potere. Potere che, tra l'altro, fa di tutto per mantenere il popolo nell'ignoranza, obiettivo facilmente perseguibile dato che il Potere controlla i grandi mezzi di (dis)informazione.
Un esempio geniale della malafede dei media si può ritrovare sul Corriere (ma la notizia è apparsa anche su Repubblica, Il Fatto, Avvenire e altri). Qualche settimana fa sul quotidiano milanese (principali azionisti: Urbano Cairo (Cairo Communication-RCS), Mediobanca S.p.A, Diego Della Valle, Finsoe S.p.A. (Unipol), China National Chemical Corporation) si sono scandalizzati perché in un ospedale nel nord del Venezuela i bambini vengono messi in scatole di cartone. Poveri bambini venezuelani! Quale occasione migliore per sparare a zero su uno dei tanti "regimi" latinoamericani che (con tutti i loro limiti, n.d.a.) si oppongono al neoliberismo? Oppure (tutto è possibile) non sarà per caso invidia? Ma come, laggiù, con tutti i problemi che hanno, c'è un boom di nascite, mentre qui da noi (che invece stiamo benissimo e non abbiamo nessun problema) dobbiamo inventarci il "fertility day"!
Dove sta la malafede, vi starete domandando? Qualche anno fa (giugno 2013), sullo stesso giornale, si era sprecato inchiostro per elogiare la tradizione finlandese che prevede che tutti i neonati vengano messi per i primi mesi di vita in scatole, pardon, culle di cartone, sostenendo che tale pratica possa perfino ridurre la mortalità infantile (vedi link di seguito) e, udite udite, promuovere l'idea di uguaglianza tra i neonati (questo refuso che "inneggia al socialismo" deve essere sfuggito al revisore dell'articolo). Che fortunati i bambini finlandesi!
In fondo (e purtroppo) si può tranquillamente affermare, con il permesso di Remarque, che non c'è "niente di nuovo sul fronte occidentale": mantieni il popolo nell'ignoranza e, soprattutto, divide et impera.

Gli articoli sul Corriere:

mercoledì 21 settembre 2016

Figli "imperfetti" di genitori "perfetti"

Philip Roth, nel suo libro forse più famoso (Pastorale Americana), descrive magistralmente l’impotenza di un padre “perfetto” nei confronti di una figlia “imperfetta”. Seymour Levov, lo "Svedese", si tormenta alla ricerca di un errore che non riesce a trovare. Disperato, ripercorre a ritroso la vita della sua famiglia, analizza in dettaglio situazioni più o meno importanti, scandaglia l’infanzia e l’adolescenza di sua figlia. Inutilmente. È sempre stato un padre presente, tenero, paziente. Ha ascoltato la figlia quando c’era da ascoltarla, l’ha assecondata nei suoi desideri, senza tuttavia viziarla. Le ha trasmesso dei valori morali e sociali. L’ha fatta studiare. Eppure, ne è convinto, deve esserci stato un momento in cui tutto si è guastato. Una causa che ha determinato la devianza, che l’ha portata, in segno di protesta contro la guerra in Vietnam, ad ammazzare quattro persone, quattro vittime innocenti.
Il libro, soprattutto per chi è genitore, è piuttosto angosciante. E ancor più per chi ha dei figli ancora piccoli. Nessuna delle scelte che si compiono per i figli è casuale. Quello che si dà loro da mangiare, la scuola in cui li si iscrive, lo sport che gli si propone di fare, le regole che si decidono di avere in casa e fuori, quando essere più comprensivi e quando invece più intransigenti. E tutto pensando che ogni scelta possa rappresentare il meglio per loro, per il loro presente e per il loro futuro. Un futuro, però, del tutto ignoto. Alzi la mano chi non ha desiderato almeno una volta una sfera di cristallo per poter dare una sbirciatina ai propri figli tra dieci o quindici anni. A volte diciamo con Chiara che i nostri figli da grandi si lamenteranno con lo psicologo per le troppe minestre mangiate o per non aver avuto la televisione. In verità coltiviamo la speranza che quelle scelte, insieme a tutte le altre, possano davvero rappresentare il meglio per il futuro dei nostri figli. La realtà, invece, è che per quanto possiamo impegnarci a fare quello che reputiamo migliore per loro (e già qui ci sarebbe da discutere sulla soggettività delle scelte), ci sarà sempre la possibilità che le cose non vadano nel modo sperato (dove per “non sperato” non mi riferisco a una laurea in lettere piuttosto che in filosofia). Un futuro, quello dei nostri figli, che ci auguriamo di un certo tipo, ma che non possiamo prevedere, e su cui abbiamo un controllo più limitato di quanto crediamo.
In fondo (e, aggiungerei, per fortuna), l'influenza esterna è inevitabile. Matteo, che non ha mai sentito parlare di calcio in casa, un giorno è tornato dall'asilo e mi ha domandato: "Papà, cosa vuol dire che la Juventus fa schifo?". L'esperienza al di fuori dell'ambito famigliare è necessaria per allargare gli orizzonti (si spera non solo quelli calcistici!). Dobbiamo quindi rassegnarci e rinunciare alle scelte che facciamo "per il bene dei nostri figli"? Non credo. L'educazione che diamo ai nostri figli serve proprio per fornire loro gli strumenti per sapersi muovere in un mondo dagli orizzonti più ampi. Non dobbiamo temere l'influenza esterna, purché i figli non ci sostituiscano, come figura di riferimento, con un loro coetaneo. In questo caso le conseguenze possono risultare tragiche, come ci ricordano Gordon Neufeld e Gabor Maté nel bel libro "I vostri figli hanno bisogno di voi". Che poi è, in parte, quello che succede a Merry, la figlia di Seymour Levov.
Non possiamo pensare di plasmare, con le nostre scelte, il figlio "perfetto", per il semplice fatto che il figlio "perfetto" non esiste. Ma non solo. Dobbiamo anche essere pronti ad affrontare la realtà di un figlio "imperfetto", senza per questo trascorrere il resto della nostra vita a ricercare un errore che quasi certamente non riusciremmo a trovare. Non perché di errori non ne abbiamo commessi. Al contrario, le giornate trascorse con i nostri figli sono costellate di sbagli, di cose che avremmo potuto fare diversamente e, in molti casi, meglio. Sarebbe una ricerca priva di senso per il semplice motivo che, inevitabilmente, ignoriamo gran parte di ciò che ha influenzato e che influenzerà la vita dei nostri figli.

lunedì 5 settembre 2016

Lejla e Hamid ad Alessandria!

Dopo la pausa estiva, Lejla e Hamid riprendono il loro viaggio per l'Italia per incontrare i lettori.
E questa volta si mangia anche! Vi aspetta un invitante menù di piatti cucinati con prodotti locali.
Sabato 10 settembre, alle 19.45, presso Casa Manuelli, via Quaglia 19, San Michele Alessandria.

mercoledì 24 agosto 2016

Intervista per "Gli scrittori della porta accanto", di Elena Genero Santoro

Raccontaci qualcosa di te: chi è Diego Repetto nella vita di tutti i giorni?
Sono ricercatore (fisico), scrittore, marito e padre felice (ho due splendidi bimbi di 5 e 6 anni). Nel 2002, dopo la laurea, sono emigrato all’estero spinto dal desiderio di conoscere nuovi luoghi e confrontarmi con persone di diversa cultura. Ho lavorato come ricercatore in Svizzera, Germania e Spagna. Nell’aprile del 2012 ho fatto ritorno in Italia e attualmente vivo a Genova con la mia famiglia.
Mi piace leggere e andare al cinema. Non possiedo un'automobile e nemmeno una televisione. Ho una bicicletta e due grandi passioni: la pallacanestro e il mare, quello blu e profondo.
In passato ho collaborato con Fairwatch, blog sulle altre economie. Collaboro con Comune-info, blog di informazione indipendente su beni comuni, decrescita, altra economia. Scrivo di attualità su un blog personale.

Questo è il primo romanzo che pubblichi?
No. Nel 2011 è stato pubblicato il mio primo romanzo, “Il baco e la farfalla”, ispirato a fatti realmente accaduti.

Veniamo al libro, “Lejla e Hamid”, Valletta Edizioni. Com’è nata l’idea?
L'idea è nata a Valencia, in Spagna, nel Novembre del 2010. Alla radio diedero una notizia che mi colpì in modo particolare. Una ragazza era stata violentata sette anni prima da un uomo che, dopo essere stato condannato, aveva scontato la sua pena in carcere. L’uomo era fuori da qualche settimana e si trovava al bar con alcuni amici. Gli si era avvicinata una donna, gli aveva rovesciato addosso una tanica di benzina e gli aveva dato fuoco. Quella donna era la madre della ragazza. Il tempo non era riuscito a liberare l’animo di quella donna da un odio così profondo da portarla a compiere un gesto folle e tragico. Si dice che il tempo curi tutte le ferite, evidentemente non era stato quello il caso. Da lì, da quella notizia ascoltata alla radio, nacque l’idea di scrivere un libro sulla violenza sessuale e sulle drammatiche conseguenze fisiche e psicologiche di chi la subisce.

È un libro di narrativa non di genere. Ci racconti di che cosa parla?
Il libro narra la storia di un incontro tra Lejla, una ragazza bosniaca adottata da una famiglia della “Genova bene”, e Hamid, un ragazzo eritreo che fa il venditore ambulante. Due giovani accomunati da un passato di guerra, ma che vivono un presente completamente diverso. Ciononostante, ne nasce una storia d'amore carica di passione che viene messa in crisi da una notte di follia, in cui Lejla viene violentata da un “amico”.

Qual è il target a cui ti rivolgi? Che tipo di lettori ambisci a conquistare?
È un libro per adulti, lettori interessati a storie intense riguardanti le attuali problematiche sociali. Ma è anche un libro che mi farebbe piacere che fosse letto da ragazzi coetanei dei due protagonisti (19 e 23 anni). Penso che potrebbero per certi versi identificarsi in Lejla e Hamid e imparare qualcosa dei loro pregi e dai loro difetti. E, pur non augurando a nessuno di vivere una simile esperienza, comportarsi in modo diverso da come si comporta Lejla (dopo lo stupro si chiude in se stessa e non denuncia l'aggressore).

Quanto ti ha coinvolto intimamente la stesura di questo romanzo? C’è qualcosa di autobiografico?
Mi ha coinvolto parecchio, tanto da cambiare in corso d'opera il destino della protagonista, alla quale nel frattempo mi ero affezionato. Di autobiografico non c'è molto, se si esclude la passione di Lejla per la pallacanestro e la sua predilezione per il gelato alla nocciola.

Racconti di una fuga dall’Eritrea e anche gli orrori a Sarajevo fanno da sfondo. Per scrivere questo libro hai dovuto svolgere delle ricerche?
C'è stato un lungo e interessante lavoro di approfondimento e ricerca: sulla situazione in Eritrea (da oltre 20 anni c'è una dittatura di cui nessuno parla), sull'assedio di Sarajevo e gli orrori della guerra nella ex-Jugoslavia, sui viaggi dei migranti dall'Africa all'Italia, sullo sfruttamento dei migranti nei campi del Sud Italia, sui centri di permanenza temporanea, sul mondo degli ambulanti e, infine, sulle conseguenze psicologiche e fisiche sulle vittime di violenza sessuale (immedesimarsi in una donna che ha subito uno stupro è stata forse la parte più difficile da scrivere, e i tanti complimenti ricevuti a proposito da chi ha letto il libro mi hanno gratificato e fatto capire di essere riuscito a fare un buon lavoro. Qualcuno addirittura mi ha detto che non pensava che un uomo potesse descrivere così bene le sensazioni di una donna).

Parli della paura del diverso e dell’ipocrisia della società. C’è qualche messaggio particolare che speri di comunicare attraverso questo romanzo?
Il problema della società italiana (e in parte europea) non è l'immigrazione, come i media vorrebbero farci credere. Lo stato sociale è a forte rischio e senza gli stranieri il crollo avverrebbe con certezza e in tempi rapidi. Il problema è l'integrazione. Andrebbero investiti soldi non per impedire l'arrivo dei migranti, bensì per combattere lo sfruttamento, per fomentare l'accoglienza e il vivere insieme nel rispetto della propria diversità, garantendo a tutti uguali diritti e doveri. L'amore può aiutare a superare le barriere e il timore nei confronti del diverso. Ovviamente l'amore da solo non basta. Per quanto riguarda invece la violenza sulle donne, occorrerebbe investire risorse per far emergere il sommerso. Il 90% delle violenze non viene denunciato. Nelle vittime nasce spesso un senso di colpa, in uno stravolgimento di ruoli che appare dal di fuori incomprensibile e paradossale. Il tutto però è causato da un'impostazione della società tutt'oggi con forti connotati maschilisti. Il senso di impunità di cui gode chi commette una violenza andrebbe cancellato, sia con un impegno istituzionale, sia con un profondo cambio culturale. In quest'ottica appaiono fondamentali un aumento di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni, e un profondo cambiamento culturale, possibile solamente se si inizia a lavorare in questo senso già dai primissimi anni del percorso educativo delle nuove generazioni.

Il finale chi l’ha deciso? Tu o i tuoi personaggi?
L'ho deciso io, con l'idea di trasmettere un pensiero in cui credo molto. A qualcuno è parso che il libro finisca male. Per me invece contiene un forte messaggio di speranza.

Grazie per essere stato con noi, Diego. In bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.

http://www.gliscrittoridellaportaaccanto.com/2016/08/anteprima-diego-repetto-racconta-leijla.html 

venerdì 1 luglio 2016

Aurora

Nell'era della tecnologia, dove sempre più cose funzionano "online", tra cui la promozione di un libro, restano ancora, per fortuna, momenti "reali" di incontro. Le presentazioni rappresentano per me un momento irrinunciabile di incontro con i lettori, momenti in cui alla fine può accadere che una bambina si alzi dal pubblico, ti venga incontro e ti consegni un foglio che ti riempe il cuore. Lejla e Hamid, questa bambina, se li è immaginati così. Grazie Aurora!