"Tutto cambia al di là di queste mura.
Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla"

Lejla e Hamid

Valletta Edizioni (settembre 2015)

Hamid è un giovane eritreo che ha attraversato l'inferno per giungere in Italia. Lejla è scampata all'orrore di Sarajevo grazie all'amore dei suoi genitori. A fare da sfondo alla loro storia una Genova con le sue mille contraddizioni, la sua paura del diverso, la sua violenza nascosta sotto la patina opaca della società bene. Entrambi saranno costretti a prendere decisioni difficili che faranno vacillare la loro gioia di vivere.

Un romanzo che tocca gli animi e scuote le coscienze e le convinzioni più radicate.

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L'amico ritrovato
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I Limoni
Via Albaro 17 - Genova


Finisterre
p.zza Truogoli di S. Brigida 25 - Genova


Capurro
Via IV Novembre 37 - Recco (GE)

Ultima Spiaggia
Via Garibaldi 114 - Camogli (GE)


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CAPITOLO 1



Genova - Luglio 2011



Un raggio di sole filtrò attraverso le persiane socchiuse e riscattò la stanza dall’oscurità della notte. Hamid aprì gli occhi e si guardò intorno ancora mezzo addormentato. Nella penombra del mattino scorse l’orologio d’argento appeso alla parete. Le lancette segnavano le otto.

Al suo fianco, supina, Lejla dormiva ancora. Hamid sollevò il busto e, appoggiato sui gomiti, rimase a osservarla. La trovava bellissima. La scrutò invano alla ricerca di qualche difetto. Gli piaceva tutto di lei. Anche il naso, che a detta di lei era troppo grande, gli sembrava che si incastrasse alla perfezione nel viso. Lejla era critica anche sulle labbra, sosteneva che quello superiore fosse troppo piccolo. A lui invece sembrava tutto perfetto, come se i lineamenti, netti ma allo stesso tempo delicati, fossero stati modellati con cura da un abile scultore. Aveva un’espressione serena, con la bocca stirata in quello che pareva un mezzo sorriso. Il lenzuolo, lo stesso che la sera prima, stirato e profumato, gli aveva trasmesso una sensazione di piacere mai provata prima, ora, stropicciato e impregnato del loro odore, avvolgeva la ragazza come una tunica, lasciandole scoperta la parte sinistra del corpo. Si erano addormentati nudi, dopo aver fatto l’amore. Lo sguardo di Hamid scivolò dalla clavicola giù fino al seno. Piccolo e sodo, con una bella forma che entrava perfettamente in una coppa da champagne, aveva scherzato lei la prima volta che si era spogliata davanti a lui. Le accarezzò la spalla. La pelle, candida e vellutata, risaltava sotto la sua mano scura, color cioccolato al latte, come gli aveva detto con tenerezza una delle prime volte che erano usciti insieme. Si chinò e avvicinò le sue labbra a quelle di lei. Avrebbe voluto baciarla, uno di quei baci traboccanti di passione che erano soliti darsi e che li portava a desiderare di andare oltre, di non limitarsi a un incontro di bocche. Avrebbe voluto assaporarla, quella bocca, ma si limitò a sentirne il respiro. Non voleva svegliarla. 

Si coricò su un fianco, senza distogliere lo sguardo da colei che lo aveva aiutato a riconciliarsi con quel paese che tanto lo aveva fatto soffrire. Erano trascorsi quasi sette anni da quando, non ancora sedicenne, era fuggito dalla sua terra con la speranza di incontrare il paradiso, ignaro che in Italia avrebbe trovato l’inferno. L’inferno dei centri di permanenza temporanea. L’inferno dei campi di pomodori in Puglia. Gli ultimi scampoli di dignità calpestati al suolo come mozziconi di sigaretta. Il dolore ruminato come cibo quotidiano, spesso in mancanza di quello vero. Il desiderio di fuggire altrove per non udire l’ennesimo insulto, per non subire l’ennesima vessazione. Poi un giorno aveva conosciuto quella ragazza dal sorriso facile e la battuta pronta. Una ventata d’aria fresca capace di spazzare via anche i ricordi più bui. Da allora tutto era cambiato, le persone non gli sembravano più ostili come prima. Con alcune eccezioni. Perché se era vero che Lejla lo faceva sentire uguale agli altri, la stessa cosa non poteva dirsi per molti dei suoi amici. Quella sera, in una discoteca in Corso Italia, ci sarebbe stata la festa per i diciotto anni di Gaia, la migliore amica di Lejla, e lui non era stato invitato. Le avevano fatto capire, in bel modo, che la presenza del suo amichetto nero non sarebbe stata gradita. All’inizio Lejla si era impuntata, o tutti e due o nessuno dei due. Poi però poco a poco la sua fermezza si era indebolita. Alla fine aveva ceduto e gli aveva chiesto di poter andare da sola. Hamid c’era rimasto male, ma non se l’era sentita di litigare. Le voleva troppo bene per impedirle di partecipare al compleanno della sua migliore amica, e in fondo sapeva che, se fossero andati insieme in discoteca, sarebbero stati oggetto di scherno e né lei né lui si sarebbero goduti la festa.

Assorto nei suoi pensieri, senza rendersene conto, Hamid sfiorò il capezzolo di Lejla con il dorso della mano. Il contatto, seppur lieve, lo riportò con la mente nella camera dei genitori di lei. Immediatamente, sentì montargli dentro il desiderio e iniziò a baciarla con dolcezza prima sul collo, poi sulle spalle. Infilò la lingua nelle fossette delle clavicole, poi la fece scivolare lungo il petto, giù, verso il seno scoperto. Indugiò intorno al capezzolo, disegnandovi intorno dei cerchi con la punta della lingua. Poi incominciò a leccarlo, dapprima con delicatezza, poi più intensamente, lasciandosi guidare da una crescente voluttà, sentendo che da morbido diventava turgido. Un prolungato mugolio di piacere si sovrappose al ticchettio cadenzato dell’orologio. Gli occhi erano ancora chiusi, ma il corpo di Lejla si stava svegliando, senza fretta. Hamid scostò con la mano il lenzuolo e osservò il piercing e la pancia piatta, con gli addominali cesellati dalle ore trascorse in palestra. Attese un attimo prima di abbassare la testa e iniziare a baciarle il ventre. La scoprì interamente e rimase a guardarla. Aveva i peli del pube rasati. Li tagliava con cura un paio di volte al mese prendendo di nascosto il rasoio elettrico del padre. Aveva già posseduto quel corpo, eppure sentiva di desiderarlo come qualcosa di nuovo e sconosciuto. Si stupì di come il desiderio fosse lo stesso della prima volta, anzi, se possibile ancora più forte. Hamid le allargò con delicatezza le gambe e iniziò a baciare la parte interna delle cosce. Lei, ormai sveglia, lo lasciava fare e ansimava in preda all’eccitazione. Hamid bramava inebriato, quel sapore e quell’odore lo eccitavano terribilmente. Si mise sopra di lei, si infilò un preservativo e la penetrò lentamente. Lejla ebbe un fremito. Hamid iniziò a muoversi, prima piano, poi più velocemente. Il piacere aumentava con il passare del tempo. Era come se ogni parte del corpo avesse deciso di partecipare. Ogni cellula, ogni atomo. All’improvviso lei staccò le labbra da quelle di lui, gettò indietro la testa e con un grido soffocato salutò un orgasmo che la scosse interamente. Lui la guardò senza smettere, sentiva che stava per arrivare il suo turno, e un attimo dopo raggiunse l’apice del piacere. Svuotato di ogni energia, si abbandonò su di lei che lo cinse in un abbraccio stretto e iniziò ad accarezzargli la schiena.
Dopo un minuto Hamid alzò la testa e la guardò, avrebbe voluto dirle un milione di cose, ringraziarla per tutte le sensazioni meravigliose che gli faceva provare, avrebbe voluto provare a descrivergliele, raccontarle di quanto fosse contento da quando stavano insieme, ma le parole non gli uscivano, come se avesse esaurito anche l’energia per parlare. Lei parve capire, lo baciò e gli sorrise. Le brillavano gli occhi, dicevano grazie amore mio per questo risveglio dolcissimo, vorrei tanto che mi svegliassi così ogni mattina per il resto della mia vita.
Hamid sospirò e sorrise. Era la prima volta, da quando aveva memoria, che provava una gioia così intensa e senza confini, e in quell’istante si sentì il ragazzo più felice del mondo.

Un’ora dopo uscirono per fare colazione al bar. Con la schiuma del cappuccino ancora sulle labbra si baciarono e si salutarono, dandosi appuntamento per il giorno successivo.
Hamid si avviò verso il centro storico. L’idea di non partecipare quella sera alla festa lo infastidiva e, nonostante lo aspettasse una giornata di lavoro, un’indolenza improvvisa lo sospinse verso casa. Camminò senza badare al percorso, lasciandosi trasportare lungo il labirinto di vicoli dalla corrente di pensieri che, turbolenta, fluiva nella sua mente. Perché Lejla non si decideva una volta per tutte a recidere il cordone ombelicale che la teneva legata a quella casta di amici snob? Perché non potevano sentirsi liberi di mostrare al mondo il loro amore, senza timore di essere giudicati e irrisi? Perché erano costretti a celarlo agli occhi altrui, come un qualcosa di peccaminoso e malvagio, mentre altro non era che un sentimento sublime?
Avanzò leggero per le intricate viuzze della città vecchia, sfiorando senza metterle a fuoco le persone che, inconsapevoli del suo stato d’animo, incrociavano audaci il suo cammino, sfuggenti ombre in movimento dietro alla superficie traslucida dei suoi enormi occhi color carbone.
Giunto a casa, si gettò vestito sul materasso con le tempie che pulsavano ritmicamente. Provò a rilassarsi, allungando le gambe e distendendo le braccia lungo il corpo, con i palmi delle mani rivolti verso l’alto. Sotto la scapola destra sentì un oggetto piccolo e duro dargli fastidio. Si scostò e strinse tra il pollice e l’indice la piccola statuetta d’ebano che aveva regalato a Lejla. La portava sempre con sé, doveva esserle scivolata dalla borsa o da una tasca l’ultima volta che era stata da lui. Hamid, estremamente superstizioso, venne trafitto da un cupo presagio.

La festa sarebbe iniziata alle dieci. Per cena Lejla tirò fuori dal frigo un vasetto di pesto. Adele, ogni volta che si assentava da casa per un certo periodo, si premuniva di riempire adeguatamente il frigo e il congelatore con sughi e cibi pronti, in modo che alla sua piccola non mancasse nulla per potersi nutrire con alimenti sani e differenziati. Aveva iniziato a farlo da qualche anno, per la precisione da quando, di ritorno da un giro in barca di quattro giorni con Giorgio e una coppia di loro amici, Lejla le aveva confessato di aver pranzato ogni giorno con due uova strapazzate e cenato con pizze surgelate scaldate nel microonde. Adele, sempre attenta alla linea e al contenuto di conservanti, grassi, calorie e colesterolo dei vari alimenti, era letteralmente inorridita e si era ripromessa di non lasciare mai più la figlia in balìa degli allettanti, ma ben poco salutari, cibi preconfezionati.
Ingurgitato l’ultimo boccone di pasta, Lejla andò in bagno per una doccia rapida. Avvolta nell’accappatoio, lanciò un’occhiata all’orologio. Erano già le nove e mezza. Decise di non asciugarsi i capelli, ci avrebbe pensato l’aria calda e secca di quelle giornate di fine luglio. Aprì un cassetto da cui tirò fuori un beauty. Non era solita truccarsi, aveva ceduto all’ombretto e al mascara solamente in qualche occasione speciale, e la festa di Gaia lo era senza ombra di dubbio. Sapeva che tutte le ragazze presenti alla festa sarebbero arrivate con il volto dipinto come fotomodelle e non le andava di essere identificata come la solita anticonformista. Cipria, matita, ombretto, mascara, quella sera al suo viso non avrebbe fatto mancare nulla.
Dopo una decina di minuti si allontanò dallo specchio per poter avere una visione d’insieme del volto. Stentò a riconoscersi, ma si complimentò con se stessa, soddisfatta del risultato ottenuto. Senza indugiare oltre, si precipitò in camera e spalancò le ante dell’armadio, restando a fissare la quantità spropositata di vestiti appesi, indecisa su cosa mettersi. Si provò un vestito blu cobalto che si era messa al matrimonio della figlia di un cliente di Giorgio, ma lo giudicò troppo serio per il tipo di serata a cui si apprestava a partecipare. Indossò un paio di pantaloni rossi, ma nemmeno quelli riuscirono a convincerla. Alla fine optò per un’attillata camicetta bianca e la minigonna di jeans. Era un sacco di tempo che non se la metteva, da quando si era convinta che non le stesse bene per colpa delle gambe troppo muscolose, almeno così le vedeva lei, eppure in quel momento le sembrò di non riuscire a trovare niente di meglio. E poi il tempo scorreva inesorabile, erano quasi le dieci. Anche stavolta, nonostante si fosse ripromessa di arrivare puntuale, sarebbe arrivata alla festa in ritardo, come sempre. Un ritardo che per fortuna, visto il numero degli invitati, sarebbe passato del tutto inosservato. Afferrò il regalo per Gaia e lo infilò nell’inseparabile borsa patchwork.
Nonostante il rapporto tra le due non fosse più quello di una volta, si era rifiutata di partecipare alla solita colletta per regalare il solito gioiello, consuetudine consolidata in occasione delle feste dei diciott’anni di una ragazza della compagnia, preferendo acquistare un dono più personale. Conosceva Gaia meglio di chiunque altro, eppure non era stato semplice scegliere qualcosa di originale da regalarle. Gaia possedeva già tutto ciò che desiderava e molto più di quello di cui aveva bisogno. Alla fine Lejla, dopo essersi consultata con la madre dell’amica, le aveva comprato una guida degli Stati Uniti d’America che Gaia, nonostante l’imminente partenza, non si era ancora procurata, una moleskine per poter tenere un diario di viaggio e un paio di orecchini di legno raffiguranti uno il sole e l’altro la luna.
Prese il casco, le chiavi della vespa e uscì di corsa.
Parcheggiò poco distante dalla discoteca. Due bestioni ipermuscolati trasudanti nandrolone, contenuti a stento in due magliette nere taglia extra-small, controllavano gli inviti all’ingresso per evitare che qualcuno si intrufolasse alla festa di nascosto. Lejla scese la scalinata circolare che portava alla pista da ballo. Il locale non era pieno, ma un nutrito numero di giovani aveva già occupato il centro della pista, agitandosi scompostamente al ritmo di una ripetitiva e assordante musica elettronica. Lejla attese che i suoi occhi si abituassero alla frenetica intermittenza delle luci stroboscopiche, dopodiché sondò con lo sguardo lo spazio circostante alla ricerca di Gaia. La localizzò fasciata in un appariscente vestito cremisi, poco distante dal bancone del bar, circondata da un capannello di ragazze e ragazzi, ognuno dei quali attendeva con pazienza il proprio turno per poter intavolare una conversazione fugace con la festeggiata. Lejla scartò l’idea di mettersi in coda come una qualunque, in fondo Gaia era pur sempre la sua migliore amica, o almeno lo era stata fino a qualche mese prima, e chiese al barista di servirle una birra. Nel tragitto in vespa, il caldo le aveva seccato la gola. Se la stava scolando a grandi sorsi, quando qualcuno le appoggiò una mano sulla spalla.
‹‹Ci sei anche tu, non ti avevo ancora vista.››
Era Christian, con il suo caratteristico sorriso da pubblicità.
‹‹Sono appena arrivata››, replicò Lejla distogliendo lo sguardo con il fermo proposito di far morire lì un dialogo che non aveva alcuna voglia di sostenere. In più, la musica a tutto volume sparata dalle casse acustiche costringeva i due giovani a gridare.
‹‹Non ti avevo mai vista così truccata, stai benissimo.››
Lejla accennò un sorriso.
‹‹Grazie.››
‹‹Non balli?››
‹‹Ora non mi va, magari più tardi.››
L’insofferenza della ragazza era sempre più evidente, ma il biondino non aveva alcuna intenzione di mollare la presa.
‹‹Allora possiamo bere qualcosa insieme, se ti va.››
Non le andava, ma allo stesso tempo non voleva risultare troppo scortese. Lanciò un’occhiata disperata intorno a sé, come una preda braccata alla disperata ricerca di una via di fuga. Non ne incontrò alcuna, se non quella rappresentata da Gaia. Un po’ di paziente attesa sarebbe comunque stata meglio della compagnia di Christian.
‹‹Forse dopo, non ho ancora dato il mio regalo a Gaia.››
‹‹Cosa hai detto?››
‹‹Ho detto dopo, non ho ancora dato il mio regalo a Gaia››, ripeté Lejla, sforzandosi di oltrepassare con la propria voce i decibel che fuoriuscivano all’impazzata dagli altoparlanti.
‹‹Ti accompagno.››
I nervi di Lejla stavano per cedere.
‹‹Scusa, devo andare in bagno.››
Un lampo di delusione attraversò gli occhi del giovane.
‹‹Ci vediamo dopo››, disse mentre la osservava allontanarsi in direzione della toilette, ma le sue parole non fecero in tempo a raggiungerla e si persero nel frastuono generale.
In bagno Lejla incontrò Irene. Le due ragazze uscirono chiacchierando e si avviarono con passo deciso verso un tavolino intorno al quale stazionavano gli altri amici della compagnia. Lejla, sollevata per lo scampato pericolo, salutò tutti con un entusiasmo che solo a Massimiliano parve eccessivo.
‹‹Sai Lejla, dovresti metterti più spesso la minigonna, non ti sta affatto male››, le fece notare Luca, il quale aveva già in corpo una dose di alcol da far impallidire l’etilometro.
‹‹Che fai, ci provi? Ti ricordo che la nostra amica qui presente è felicemente fidanzata››, lo redarguì tra il bonario e l’ironico Alberto.
Il tono non piacque affatto a Lejla, la quale si accomiatò per consegnare il suo regalo a Gaia.
Giunto il suo turno, porse il pacchetto all’amica.
‹‹Grazie Lejla. Ti dispiace se lo metto insieme agli altri regali? Li aprirò tutti assieme domani.››
‹‹Figurati. E grazie a te per la festa.››
‹‹Ti stai divertendo?››
‹‹Sì››, mentì Lejla.
‹‹Ho visto che chiacchieravi con Chris.››
‹‹Già...››
‹‹Non ti è simpatico, vero?››
‹‹No, se la tira troppo.››
‹‹Eppure sareste proprio una bella coppia.››
‹‹Lasciamo perdere... tu piuttosto, non c’è la tua nuova fiamma?››
‹‹A chi ti riferisci?››
‹‹Al giocatore della Samp.››
‹‹L’ho mollato una settimana fa. A letto non era male, ma era troppo ignorante. Mi conosci, per me l’intelligenza in un uomo è un aspetto secondario, ma quando non riesci nemmeno a scambiare due parole dopo che hai scopato… è avvilente. Comunque ho deciso di prendermi una pausa di riflessione, niente uomini fino al mio ritorno dagli Stati Uniti.››
Lejla sorrise. Sapeva che l’amica non ne sarebbe mai stata capace. Gaia aveva bisogno degli uomini come una pianta del sole, era grazie a loro che sentiva scorrere dentro di sé la linfa vitale. Fare sesso la rigenerava, le trasmetteva allegria, la faceva sentire bene. Non si era mai innamorata, gli innumerevoli rappresentanti del genere maschile con cui era andata a letto non avevano rappresentato altro che un mezzo per poter raggiungere il fine a cui in fondo tutti o quasi gli esseri umani aspirano, quello di essere felici. Lejla, a differenza di altri, non ci aveva mai visto nulla di riprovevole nel comportamento dell’amica, anche se una volta l’aveva avvisata dei commenti poco lusinghieri e molto maschilisti che circolavano sul suo conto, ma di fronte alla reazione dell’amica di totale indifferenza aveva deciso che se questo non rappresentava un problema per Gaia, tanto meno lo sarebbe stato per lei.
‹‹Non hai pace, tutti ti cercano, tutti vogliono parlare con te. In questo modo non riesci nemmeno a goderti la festa››, disse Lejla cambiando argomento.
‹‹Ma io ci sballo a essere la regina della serata››, replicò Gaia con una sincerità e un candore disarmanti.
‹‹Hai ragione, ti è sempre piaciuto, fin da bambina››, sottolineò Lejla. Il ricordo volò indietro nel tempo, quando a sei anni Gaia era riuscita a convincere la madre a trasformare una semplice merenda di una domenica pomeriggio in un falso compleanno, al quale gli amichetti avevano partecipato portando ciascuno un regalino, ignari del fatto che la festeggiata avrebbe compiuto gli anni solamente il mese successivo. Lanciò all’amica un’occhiata carica di tenerezza.
‹‹Buon compleanno Gaia.›› E, dopo averle dato un bacio, si allontanò in direzione della pista. All’improvviso era stata assalita da un’irresistibile voglia di ballare.
Raggiunse Giulia e Francesca al centro della pista e lasciò che la musica le liberasse la mente e le invadesse il corpo. Ogni volta che iniziava a ballare si innescava il medesimo processo. All’inizio era rigida, una sensazione di disagio nei confronti di chi la stava osservando le impediva di muoversi in modo fluido, quasi si trovasse a un esame di ballo invece che in una discoteca. Poi, man mano che la musica penetrava in profondità, acquisiva la scioltezza necessaria per lasciarsi andare, per abbandonarsi al ballo in modo incondizionato. In quel preciso momento, infatti, dimenticava chi aveva a fianco, intorno a lei esistevano solo le note che incessantemente le iniettavano adrenalina allo stato puro, la prendevano per mano e l’accompagnavano in una danza priva di inibizioni, scatenata e senza freni. Ballò un’ora, ininterrottamente, fino a quando stanca e sudata si avvicinò al bar per dissetarsi. Alle sue spalle si materializzò Christian.
‹‹Bevi qualcosa? Offro io.››
‹‹Ma se è gratis.››
‹‹Appunto.››
Lejla non rise alla battuta. Ordinò un gin tonic e con un sospiro si rassegnò a berlo in compagnia dell’indomito biondino. Christian sollevò indice e medio in direzione della barista, per indicarle di preparare anche per lui lo stesso cocktail.
Si sedettero su un divanetto e il ragazzo, grande appassionato di vela, iniziò a raccontare a Lejla della sua ultima regata, dilungandosi in noiosi e superflui dettagli tecnici. La competizione era stata dura e, solo grazie alla sua innata abilità di dialogare col vento meglio di chiunque altro, ne era uscito vincitore. Quando vai in barca, le spiegò con un tono tra l’epico e il professionale, il vento può essere allo stesso tempo il tuo miglior alleato o il tuo peggior nemico, tutto sta nel saper anticipare i suoi sbalzi d’umore ed essere così preparato per sfruttare a tuo vantaggio la sua folle ira. Parlava del vento come di un essere umano, con un’enfasi che a Lejla apparve eccessiva, al limite del ridicolo. Lo ascoltò distrattamente, più per cortesia che per interesse. Al monologo sulla vela ne seguì uno sull’industria cinematografica e sulla crisi del cinema d’autore. Lejla trovò l’argomento senza dubbio più intrigante e fu positivamente sorpresa dalla dialettica rigorosa del ragazzo e dalla sua vasta cultura sul tema, ma non per questo riuscì a partecipare alla conversazione. Christian parlava a raffica, trovare lo spazio per intervenire era così difficile come girare a piedi per Genova e restare asciutti in una giornata di pioggia in cui soffia tramontana. E poi Christian era così pieno di sé da risultare insopportabile, saccente come coloro che non sono capaci di individuare il limite al quale possono arrivare grazie alla loro intelligenza perché pensano, ingenuamente, che essa sia incommensurabile.
Quando nei due bicchieri restarono solamente alcuni cubetti di ghiaccio, senza consultarsi con Lejla, Christian ordinò altri due gin tonic. Dopo i primi sorsi Lejla sentì che le girava la testa.
‹‹Devo andare in bagno››, si scusò alzandosi dal divanetto. Christian la osservò mentre si dileguava tra gli astanti, facendo scivolare senza pudore il proprio sguardo sul fondoschiena della ragazza.
Lejla si sciacquò il viso, poi fissò la propria immagine riflessa nello specchio, notando come il trucco avesse perso un po’ di brillantezza. Sollevò le spalle, non era certo quello il suo problema principale. Quel giovane pedante le si era appiccicato addosso come una cozza a uno scoglio. Inoltre avrebbe fatto meglio a smetterla di bere, non era più lucida e all’improvviso si sentì vulnerabile. Uscita dal bagno, raggiunse Christian che l’aspettava impaziente tamburellando le dita sul tavolino.
‹‹Devo dire una cosa a un’amica, magari ci rivediamo più tardi.››
Senza aspettare la replica del giovane, Lejla si avviò alla ricerca dei ragazzi della compagnia. Li trovò in pista a ballare e si unì a loro.
A mezzanotte si spensero tutte le luci ed entrarono in sala due ragazzi illuminati lungo il cammino dalla luce bianca di un faretto. Trasportavano su un vassoio rotondo un’enorme torta millesfoglie con crema pasticcera al cioccolato. Gli invitati intonarono all’unisono tanti auguri a te mentre Gaia dispensava sorrisi a destra e a manca, come una star del cinema sul tappeto rosso del festival di Cannes. Il rito del taglio e distribuzione della torta durò quasi un’ora, dopodiché riprese il normale corso della festa, con alcuni invitati ad agitarsi in pista, altri in piedi davanti al bancone del bar in attesa di dissetarsi, altri ancora seduti a rilassarsi sui divanetti.
Lejla rimase insieme ai ragazzi della compagnia fino a quando alle quattro del mattino Gaia prese un microfono, ringraziò tutti quanti e annunciò che la festa era finita. Di fronte all’evidente malumore dei presenti, manifestato da un concitato mormorio e qualche fischio, precisò che sull’orario di chiusura i gestori del locale erano stati categorici.
Molti dei ragazzi, tra cui Lejla e gli amici della compagnia, si attardarono appena fuori dalla discoteca, per prolungare sotto lo sguardo delle stelle, appena offuscato dalle luci della città, la magia della festa. Alcuni approfittarono di trovarsi all’aperto per accendersi uno spinello e il tenue odore del mare si mescolò a quello più intenso dell’hashish. L’intensità del vociare andò scemando man mano che i piccoli gruppi si dissolvevano nel tepore di quella notte d’estate, sospinti verso casa da una spossatezza diffusa. Lejla salutò Giulia e Filippo, gli ultimi rimasti della compagnia, e fece ritorno alla vespa. Rovistò nella borsa alla ricerca delle chiavi e quando infine riuscì a trovarle, le scivolarono di mano finendo sotto la vespa. Si chinò sbuffando per raccoglierle. Non appena si rialzò ebbe un improvviso giramento di testa. Aveva ecceduto con l’alcol e si rese immediatamente contò di non essere in grado di guidare fino a casa senza correre il rischio di mettere a repentaglio la propria vita e quella altrui. Se solo avesse potuto immaginare il seguito della serata, Lejla avrebbe corso quel rischio senza pensarci un attimo, ma in quel momento rinunciare alla vespa le sembrò la scelta più saggia. S’incamminò in direzione della discoteca, forse Giulia e Filippo non erano ancora andati via e le avrebbero potuto dare uno strappo in macchina. Sul marciapiede davanti all’ingresso del locale stazionavano ancora alcuni giovani, ma di Giulia e Filippo non vi era traccia. Rassegnata all’idea di prendere un taxi, percorse i pochi metri che la separavano dalla strada e si posizionò sul ciglio della carreggiata, in attesa di vederne spuntare uno all’orizzonte. Dopo un tempo che non fu in grado di quantificare, ma che per la stanchezza che le pesava addosso le sembrò infinito, la voce suadente di Christian, con una sfumatura appiccicosa dovuta dall’alcol, risuonò alle sue spalle.
‹‹Sei ancora qui, pensavo fossi già andata via.››
‹‹Ho perso le chiavi della vespa››, mentì Lejla con un rigurgito di lucidità, per non mettere a nudo lo stato in cui si trovava. ‹‹Sto aspettando un taxi.››
‹‹Se vuoi ti posso accompagnare io, stavo per andarmene.››
L’antipatia che Lejla provava nei confronti del giovane era più che mai viva, ma l’offerta che le era stata servita su un piatto d’argento era decisamente allettante. Fino a quel momento non erano passati taxi, né liberi né occupati, e attraversare la città a piedi, nelle condizioni in cui versava, sarebbe stata un’odissea lunga ed estenuante. Il sorriso perenne stampato sulle labbra e quell’aria da bravo ragazzo gentile e diligente, inoltre, facevano di Christian il perfetto cavaliere dal quale farsi riaccompagnare al proprio castello dopo il ballo di mezza estate. Il desiderio di ritrovarsi il prima possibile sdraiata sul proprio letto vinse le ultime resistenze della ragazza che con un mezzo sorriso accettò il passaggio.
Salirono sull’Audi A6 grigio metallizzato che, per l’occasione, il padre di Christian aveva prestato al figlio. Prima di mettere in moto, il ragazzo inserì nel lettore un CD.
‹‹Beethoven è stato il più grande. La sua musica possiede tutto ciò di cui uno può avere bisogno. Ti carica, ti rilassa, ti commuove, ti rallegra. Nessun altro compositore è stato capace di scavare così in profondità nell’animo umano, di raggiungere con le note le emozioni più remote, quelle che nemmeno si pensava di poter provare.››
Lejla ascoltava distratta, lo sguardo perso nelle sfocate immagini luminose che scorrevano rapide al di là del finestrino. Si sentiva stravolta, non aveva nemmeno la forza di replicare che a lei la musica classica non piaceva, anzi, a essere precisi, l’annoiava terribilmente. Da bambina non le avevano fatto ascoltare altro. Alle medie i suoi compagni si scambiavano opinioni sulle ultime canzoni di Giorgia, Shakira, Nek e Madonna, mentre lei sapeva che ascoltando Mozart si diventava intelligenti, che Beethoven continuò a comporre e suonare anche dopo essere diventato completamente sordo, che Chopin morì all’età di trentanove anni e che Wagner, a differenza di molti altri compositori, era solito scrivere di proprio pugno il libretto e la sceneggiatura delle sue opere. Una lunga serie di informazioni che Lejla sfoggiava su richiesta di Giorgio e Adele, desiderosi di mostrare all’amico di turno le conoscenze enciclopediche della figlia, ma del tutto inutili al momento di intavolare un dialogo sui gusti musicali con i propri coetanei.
Christian aveva una guida pulita, sicura, sembrava un pilota con una lunga esperienza alle spalle piuttosto che un neopatentato. Cullata dal fluido procedere della berlina, Lejla cadde addormentata. Il giovane la osservò con la coda dell’occhio, soffermandosi sulle gambe, lasciate quasi interamente scoperte dalla minigonna arricciata sui fianchi. L’impulso di accarezzarle giunse improvviso e inaspettato e spostare la mano dalla leva del cambio al ginocchio della ragazza fu questione di un attimo. Lejla, vinta dal sonno, non si mosse. Un istante dopo l’Audi, invece di imboccare via Palestro, proseguì la corsa lungo via Assarotti, percorrendola fino in cima con un rombo sordo. A Manin, Christian svoltò a destra, passò di fronte alla stazione del trenino di Casella e continuò in salita, in direzione del Righi. Dopo un paio di tornanti, superato l’ultimo lampione, la strada sprofondò nel buio, avvolta ai lati dagli alberi i cui tronchi, appena sfiorati dai fari dell’autovettura, conferivano al paesaggio un’atmosfera spettrale. Dietro a una curva la macchia si diradò e le luci della città comparvero in lontananza, minuscole sorgenti luminose in fondo al ripido pendio. Poco dopo, giunti in vista di Forte Sperone, Christian parcheggiò l’Audi in una piazzola isolata sul bordo della strada e spense il motore. I toni apocalittici dell’Eroica risuonarono maestosi nel silenzio cupo della notte.
Christian restò alcuni minuti a osservare la ragazza, bella e indifesa, con la testa leggermente inclinata appoggiata al finestrino. Sentì montargli dentro un desiderio folle e intenso. Non fece nulla per liberarsene, al contrario, lo assecondò avvicinando la bocca al collo di lei e iniziò a leccarlo con foga. Lejla ebbe un sussulto, ma prima di rendersi conto di ciò che stava accadendo, sentì la lingua di Christian farsi spazio tra le sue labbra, mentre le mani di lui armeggiavano frenetiche sui bottoni della camicetta. La ragazza, ripresasi dal brusco risveglio, appoggiò le mani sul petto del giovane per liberarsi da quell’assedio improvviso. Una spinta fiacca, con le braccia prive di forza, del tutto inutile per riuscire a divincolarsi dal corpo possente del ragazzo.
‹‹Fermati, ma cosa fai!›› urlò.
Christian, annebbiato dall’eccitazione, non la ascoltò. Strappò gli ultimi bottoni della camicetta, sollevò il reggiseno e si avventò vorace sul seno della ragazza.
‹‹Fermati, ti prego›› lo supplicò Lejla, sconvolta. Lanciò uno sguardo fuori dal finestrino, non vide altro che un’oscurità densa e impenetrabile. Con la forza della disperazione, colpì con un pugno la testa di quell’animale impazzito che le era saltato addosso. Christian sollevò il viso, sorpreso, come se non capisse perché la ragazza fosse così riluttante a ricevere i suoi baci. Lejla rilevò incredula lo sconcerto del suo aggressore e provò a riportarlo alla realtà.
‹‹Tu sei pazzo, non ti rendi conto di quello che stai facendo.››
I volti dei due giovani si ritrovarono a pochi centimetri l’uno dall’altro, ognuno poteva sentire su di sé il calore del respiro affannoso dell’altro, reso pungente dall’odore acre dell’alcol.
‹‹Non ti piaccio nemmeno un po’?›› le domandò con naturalezza, come se si trovassero al tramonto seduti uno di fianco all’altro su una roccia in riva al mare.
‹‹Mi fai schifo.››
Un velo di delusione misto a rabbia comparve negli occhi del ragazzo.
‹‹Peccato››, si limitò a dire, prima di avventarsi nuovamente su di lei. Le afferrò una mano e la trascinò tra le proprie gambe.
‹‹Senti come sono tutto eccitato. Senti come è duro. Sei tu che mi ecciti così, lo sai?››
Con uno scatto improvviso si staccò dalla ragazza. Con una mano la tenne ferma contro lo schienale del sedile, con l’altra si slacciò a fatica i pantaloni. Poi le mise una mano dietro alla testa e tenendola per i capelli la spinse verso il basso.
‹‹Succhiamelo.››
Lejla serrò le labbra, sopportando il dolore.
‹‹Non ti piacciono i pompini? Allora facciamo altro››, biascicò il ragazzo minaccioso. Le appoggiò un avambraccio contro il collo, soffocandole in gola un urlo di terrore. Infilò la mano libera sotto la gonna, le strappò via le mutandine e le allargò le gambe. La ragazza sentì che le forze la stavano abbandonando. Fece un ultimo velleitario tentativo di respingerlo, inutilmente. Esausta, subì la veemenza di quella belva feroce, incapace di continuare a lottare a difesa del proprio corpo. Accompagnato dal suono penetrante delle trombe della Marcia Funebre, Christian entrò dentro Lejla e la invase con un piacere amaro e solitario.
Quando ebbe finito di ansimare, si sedette sul sedile del guidatore, si aggiustò i pantaloni e la camicia, abbassò il finestrino e si accese una sigaretta. Al suo fianco, Lejla giaceva inerme con la testa riversa all’indietro, gli occhi colmi di lacrime, il corpo squassato e l’animo devastato.
In quel momento il cielo incominciò a rischiarare, accogliendo le prime luci dell’alba. La ragazza non fece caso all’azzurro tenue e sfumato con il quale erano state sfrattate le ultime stelle. Nell’abisso in cui era appena sprofondata regnavano le tenebre.
Terminata la sigaretta, Christian si volse verso Lejla.
‹‹Cos’è, il tuo amichetto negro ce l’ha più grosso del mio e ti fa godere di più?››
Lo squarcio che aveva dentro era troppo grande perché quelle parole potessero ferirla ulteriormente. Lo fissò alcuni istanti negli occhi con sguardo vitreo.
‹‹Portami a casa››, lo supplicò con un filo di voce.
‹‹Vuoi già andare via? Chissà quando potrò rivederti. Dai, stiamo insieme ancora un po’.››
Lejla non trovò la forza di replicare, si rannicchiò sul sedile in posizione fetale e chiuse gli occhi, per fuggire, almeno visivamente, da quell’incubo.
‹‹Mi è piaciuto, sai? Erano mesi che desideravo fare l’amore con te, ma tu mi hai sempre schivato. Sei la prima ragazza che rifiuta la mia corte, sai?››
Silenzio.
‹‹Non ti va di parlare, eh?››
Silenzio.
Il giovane sollevò le spalle e alzò il volume della musica.
Lejla, con un gesto lento e impacciato, provò ad aprire la portiera.
Christian la afferrò per un braccio.
‹‹E va bene, va bene, ti porto a casa.››
Mise in moto, fece inversione, e si lanciò giù per la montagna a gran velocità, sgommando nelle curve. Lejla si lasciò sballottare da una parte all’altra senza opporre resistenza alla forza centrifuga. Dopo una decina di minuti il ragazzo inchiodò l’Audi in via Palestro davanti al portone dove viveva la ragazza.
‹‹Siamo arrivati››, la informò il giovane con voce gelida.
Lejla, con movimenti lenti, si aggiustò il reggiseno e allacciò i pochi bottoni che restavano della camicetta. Fece per aprire la porta, quando un conato le montò dentro e, prima di riuscire ad afferrare la maniglia, vomitò sul cruscotto tutto ciò che aveva bevuto durante la festa. Christian impallidì. Scagliò due pugni contro il volante, poi, in preda alla disperazione, si infilò le mani tra la folta chioma di riccioli biondi.
‹‹Cazzo, cazzo, cazzo! Guarda che cazzo hai fatto! Mio padre mi ammazza!››
Lejla non si voltò nemmeno a guardarlo. Spalancò la portiera, afferrò la borsa che giaceva sporca di vomito sul tappetino e scese dall’auto. Si avviò trascinando i piedi verso il portone, incurante delle imprecazioni di Christian che le giungevano attutite, come se qualcuno l’avesse rinchiusa in una scatola di polistirolo. Infilò la chiave nella toppa pregando tra sé di non incontrare nelle scale qualche vicino. Con gesti meccanici chiamò l’ascensore, premette il pulsante del piano, scese sul pianerottolo e aprì la porta di casa. Senza accendere alcuna luce, raggiunse la sua camera e naufragò sul letto, travolta da una violenta tempesta di lacrime e singhiozzi.

3 commenti:

  1. Ho letto entrambi i libri di Diego: “Il Baco e la Farfalla” e “Lejla & Hamid”. In entrambi ho trovato una lettura piacevole, poesia raffinata e incredibile capacità di raffigurare le emozioni. Entrambi fanno riflettere su argomenti che non vengono di solito facilmente discussi e illuminano su valori che possono ancora esistere e resistere nonostante le tenebre dei nostri tempi.
    Entrambi credo possano essere adattati immediatamente a rappresentazione cinematografica/televisiva.

    “Lejla e Hamid” è bellissimo e pieno di poesia e belle metafore. Il racconto è stato impostato in modo impeccabile tenendo il lettore appiccicato al libro. Credo che il libro possa essere preso e girato come film/serie senza passaggi ulteriori. Mi ha colpito come Diego sia riuscito a descrivere le donne e le loro emozioni in modo perfetto. Era così anche nel “Baco e la Farfalla” con Costanza ma in questo libro si è esaltata di più la profonda conoscenza dell’animo umano ma soprattutto quello delle donne. Mi hanno commosso varie parti del libro, ad esempio la descrizione dello stato d’animo di Lejla dopo la notte del terribile avento che ha avuto nella storia. Anche il racconto del passato di Adele mi ha colpito.

    Beh che dire… complimenti davvero, grazie a Diego per aver scritto un libro così bello e illuminante e di aver aggiunto Genova e le sue bellezze come accompagnatrice indispensabile al racconto!

    Attendo il prossimo libro!!

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  2. Ciao Diego! Hablas español? te escribo desde Argentina queriendo saber acerca de nuestros ancestros; ya que estoy reconstruyendo el àrbol genealogico de la familia..

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